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L'autore del seguente articolo "Dies Natalis Solis Invicti", Alberto Mariantoni, afferma che c'è stato plagio nell'articolo "Il significato magico del solstizio d'inverno".
Per correttezza e dovizia di particolari, li pubblichiamo entrambi.

Dies Natalis Solis Invicti
Alberto B. Mariantoni©

Il giorno del “solstizio d’inverno”, non è un giorno come gli altri. Non è solo la ricorrenza di un importante fenomeno astrofisico. E’ il giorno del perenne ritorno della vita e dell’eterno ricominciamento!
Anche se, oggi, la nostra coscienza collettiva ne ha perso la memoria storica, quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati (ad esempio: presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna; di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda; o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia), già in epoca preistorica e protostorica.
Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (-560/-480) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide).

Quell’evento, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme dei Popoli-Nazione europei: i Gallo-Celti lo denominavano “Alban Arthuan” (rinascita del dio Sole); i Germani, “Yulè” (la ruota dell’anno); gli Scandinavi, “Jul” (ruota solare); i Finnici, “July” (tempesta di neve); i Lapponi, “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il giorno più corto). Ed esso fu ugualmente individuato o scelto da un certo numero di tradizioni religiose del mondo, per fare nascere o emanare i loro esseri divini o soprannaturali (Oro o Horus, in Egitto; Tammuz a Babilonia; Bacco o Dioniso, nonché Ercole, in Grecia; Adone o Adonis; in Siria; Mithra, in Iran; Freyr – il figlio supremo di Odino – in Scandinavia; Quetzacoatl e l’azteco Huitzilopochtli nel Messico pre-colombiano; Bacab nello Yucatan; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina, Gesù Bambino in Palestina, ecc.).

Da un punto di vista astrofisico, il “solstizio d’inverno” è il giorno dell’anno nel quale – nel cielo dell’emisfero Nord del nostro Globo (mentre in quello dell’emisfero Sud o australe, ricorre il “solstizio d’estate”) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica (cioè, il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno), viene a trovarsi alla sua minima declinazione. In altre parole: nel giorno del “solstizio d’inverno”, il Sole sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti). A partire da quel momento, la luce cessa di diminuire e ricomincia ad aumentare la luminosità delle nostre giornate…  

Dal latino “Sol  (il Sole) e “status, a, um” (fisso, periodico) – che a sua volta potremmo fare derivare, sia dal verbo “sisto, stiti, statum, sistere  (presentarsi, comparire a tempo debito) che dal verbo “sto, stas, steti, statum, stare” (stare, stare diritto, stare fermo, rimanere immobile, restar sospeso) – la parola “solstitium, ii” (nel senso di “brumale” o di “hibernum”, dunque, di “solstizio d’inverno”) era utilizzata molto raramente dagli autori classici della Roma antica (a mia conoscenza, esclusivamente da Catone o Marcus Porcius Cato, nel -III/-II sec., in “De agricultura” e dall’agronomo del I sec. della nostra era, Columella o L. Iunius Moderatus Columella, in “De arboribus” ed in “De rustica”), per due ragioni principali:

1) la prima, è che la tradizione romana della festa del dies solis novi (il giorno del sole nuovo) affondava le sue radici, sia nel passato preistorico delle genti Ariane o Indoeuropee (a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano) che in quello, più recente, delle sue stesse basi cultuali [non dimentichiamo, infatti, che “Sol, la divinità solare – come precisa Julius Evola (“ La Tradizione di Roma”, Ed. di Ar, collezione “Areté”, Manduria, 1977, pag. 138) – appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà”];

2) la seconda ragione, è che la festa che nei tempi arcaici di Roma era definita Diualia (o ricorrenza del Diua Angerona: il Numen che permetteva l’attraversamento o il superamento degli “stretti passaggi”, come quello che compie il Sole nel giorno più corto e nella notte più lunga dell’anno, il 21/22 Dicembre) e che più tardi (cioè, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silverstro a Roma) assumerà il nome di Dies Natalis Solis Invicti, era praticamente inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia (festività che – a partire dal -217 e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola – si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia, ecc.).

I Saturnalia che i nostri antenati facevano morfologicamente derivare dal vocabolo latino “sata, orum” (i “seminati”) e che, in un secondo momento, solennizzarono antropomorficamente in una celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno (in un primo tempo, esclusivamente una divinità agraria latina, protettrice della semina e delle sementi, e successivamente, assimilato al dio greco Cronos – a Roma, sposo di Ops o Opi ed in Grecia, consorte di Rhéa, la “Terra”, come madre dei frutti e dei campi – fu adorato come Creatore), avevano, in realtà, una più antica origine: quella che gli stessi Romani – senza conoscerne l’autentico configurato, l’effettiva provenienza e la reale genesi – avevano ereditato dalle popolazioni Latine dell’antico Latium a cui, nel tempo, si erano culturalmente e politicamente sovrapposti.
Quel configurato, quella provenienza e quella genesi vanno ricercati – a mio avviso – nel contenuto semantico dei nomi di due specifiche divinità latine che erano festeggiate, nel Lazio, nel corso del mese di Dicembre: Consus (Conso) e Ianus (Giano bifronte). Il dio Conso (dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”) che – oltre al 21 Agosto (data in cui presiedeva all’azione del “mettere al sicuro il raccolto”) – era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla conclusione sacrale del vecchio anno ed il dio Giano (antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, ed il cui tempietto, a Roma, consisteva in corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra) che – sulla base della sua ancestrale accezione latina designa “l’andare” e, più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia” – regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui “Ianuarius, ii”, il mese di Gennaio.
Come conferma Franz Altheim (“Storia della Religione Romana”, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70), “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione”. E facevano ugualmente riferimento “(…) ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”. Quella  e quelli – mi permetto di aggiungere – dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre!

Alberto B. Mariantoni©

 

Il significato magico del solstizio d’inverno
Di Luca Valentini – tratto da HERA, nr.59, dicembre 2004

Il periodo natalizio nasconde un significato arcano ai più, ma profondamente sentito nell'antichità. Per gli iniziati è una porta, l’ingresso simbolico, rappresentato dal solstizio d'Inverno, a uno stato superiore di consapevolezza.

Siamo nel periodo delle celebrazioni e dei festeggiamenti per il Natale e, come ogni anno, la moltitudine globalizzata, con giustificazioni astrattamente religiose, si immerge repentinamente e totalmente nella demonia del consumismo sfrenato, senza comprendere minimamente o implicitamente che in quei giorni specifici del ciclo annuale qualcosa di straordinario e di magico accade, un evento cosmico che assumeva un alto valore simbolico in tutte le forme assunte dalla Tradizione Primordiale. Questo scritto è mirato proprio a precisare il suddetto aspetto tradizionale, compenetrandolo in una visione organica, che liberi il campo da integralismi e settarismi d'ogni tipo, esplicitando il senso universale di quello che è comunemente conosciuto come il Solstizio d'Inverno, appartenente, in forme giustamente diverse, alla spiritualità di tutte le religioni del mondo. Non dimentichiamo, infatti, che quell'avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio, presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohusian, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Esso, inoltre, ispirò il "frammento 66" dell'opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C.) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI libro dell'Eneide). Quello stesso fenomeno fu invariabilmente atteso e magnificato dall'insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono "Alban Arthuan" ("rinascita del dio Sole"); i Germani, “Yulè” (la "ruota dell'anno"); gli Scandinavi "Jul" ("ruota solare"); i Finnici “July" ("tempesta di neve"); i Lapponi “Juvla"; i Russi "Karatciun" (il "giorno più corto"). Pochi sanno, che, intorno alla data del 25 dicembre quasi tutti i popoli hanno sempre celebrato la nascita dei loro esseri divini o soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus, e il padre Osiride si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoatl e l'azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, "Unico Figlio" della dea Ishtar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con intorno al capo, un'aureola di dodici stelle, proprio come la Vergine della cristianità.

Creare e ricreare
Nel giorno di Natale, il Sole nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l'anno - viene a trovarsi alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell'orizzonte Est della Terra, che culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell'ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all'incirca, 8 ore e 50-55 minuti). Raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell'anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente. Nella Romanità, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti (il giorno del Natale del Sole Invitto). Ciò avvenne dopo l'introduzione, sotto l'Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane, e l'edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l'attuale piazza San Silvestro a Roma. Il tempio era praticamente incluso all'interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, festività dedicate a Saturno, Re dell'Età dell'Oro, che, a partire dal 217 a.C. e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola, si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia. Il mito romano narra che il misterioso Giano, il dio italico, regnava sul Lazio quando dal mare vi giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato. Come sostiene René Guénon (1), vi è una qualche analogia fra il dio romano e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice "sat”, che in sanscrito significa l'Uno. Nel Lazio, inoltre, nel corso del mese di dicembre, il dio Conso era festeggiato il 15 dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla "conclusione sacrale del vecchio anno". Segnaliamo come dal latino, "condere", indica l'azione del “nascondere" e/o del “concludere". Il già citato Giano, associato a Conso, poi, era l'antica divinità latina dalle "due facce", "dio del tempo" e, specificamente, "dell'anno", e il cui tempietto, a Roma, consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra, corridoio che, sulla base della sua ancestrale accezione, designa “l’andare" e, più particolarmente, la “fase iniziale del camminare" e del "mettersi in marcia". Giano regolava e coordinava l'inizio del nuovo anno, da cui lanuarius, il mese di Gennaio. Come ci conferma Franz Altheim (2), “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un'azione” e facevano ugualmente riferimento «ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente», quelli dell'eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre.

Non dimentichiamo, quindi, che come la tradizione romana della festa del dies solis novi affondava le sue radici sia nel passato preistorico delle genti indoeuropee, a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano, che in quello delle sue stesse basi cultuali. Julius Evola ci ricorda come “Sol, la divinità solare, appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” (3)

Porte di accesso
E' fondamentale a questo punto comprendere come tale rinascita solare rappresenti "solo" il simbolo di una rigenerazione cosmica, in cui il Sole e la Luce sono associati all'idea d'immortalità dell'uomo, che opera la sua seconda nascita spirituale, sviluppando e superando il proprio stato sottile, nella notte del solstizio d'inverno, quando è possibile accedere al deva-yana ("via degli dèi" della tradizione indù) alla contrada ascendente e divina in cui l'uomo, restaurando in sé l'Adamo Primordiale, può intraprendere la strada dello sviluppo sovra-individuale. Questo è il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che al mattino, con l'alba, diverrà trionfante. Nei tarocchi, ciò che meglio identifica tale rinascita di Luce è la lama del Bagatto, che simboleggia la vera essenza dell'uomo, la cui missione è conseguire l'unione fra spirito e materia. Il Bagatto ha già davanti a sé tutti i simboli del potere materiale ed è il personaggio che intraprende l'Opera alchemica, lavorando con i tre principi e i quattro elementi (i tre piedi e i quattro angoli del tavolo), grazie alla quale ogni uomo è un metallo, che portato alla sua perfezione, viene chiamato Oro. Il senso più alto della carta è dato dal suo numero, che è l'uno e che indica il motore immobile, il Principio di tutte le cose, anche se il suo cappello a forma di otto allungato simboleggia il movimento d'elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio. In tal senso, uscendo dalla Caverna Cosmica, con il Solstizio d'Inverno si passa dal nulla all'unità; geometricamente cioè, dal divenire sensibile, rappresentato dal simbolo della circonferenza, si passa all'eterno presente, che nell'uno e nel centro si esplicita perfettamente. Significativo è, inoltre, il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d'estate, rivolgendosi a Gesù, nato nel Solstizio d'Inverno, si pronunci in tal modo: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca». Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro, con due dadofori ai suoi fianchi, che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l'alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre). Ecco il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali, che corrispondono rispettivamente all'entrata e all'uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella "degli uomini", corrisponde al Solstizio d'Estate, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella "degli dèi", al Solstizio d'Inverno, cioè all'entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno.

Dal punto di vista iniziatico, la caverna, per via del suo carattere di luogo nascosto e chiuso, rappresenta un momento di totale interiorizzazione dell'essere, vale a dire il luogo dove avviene, accedendovi, la seconda nascita dell'iniziato. La seconda nascita, corrispondente nel significato ai Piccoli Misteri, si differenzia dalla terza nascita, in uscita dalla porta solstiziale d'inverno, corrispondente, invece, ai Grandi Misteri.
La seconda nascita si realizza sul piano psichico, definendosi come rigenerazione psichica. La terza nascita, invece, opera direttamente nell'ordine spirituale e non più psichico, in quanto l'iniziato deve a quel punto aver risolto la sua individualità, trovando cosi libero accesso alla sfera di possibilità della comprensione sovra-individuale.
Qui l'iniziato rivive le tre tappe del processo alchemico: le tenebre s'infittiscono, l'alba s'imbianca, la fiamma risplende. In prospettiva macrocosmica, tutto ciò è simboleggiato dall'ingresso del Sole nel segno zodiacale del Cancro, con il Solstizio d'Estate. Il Solstizio d'Inverno corrisponde, invece, in senso microcosmico, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto uscita alla luce. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere visualizzata come un'illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna: un fascio di luce che penetra da un'apertura nel tetto della caverna e che genera quell'illuminazione di riflesso, descritta anche dal mito della caverna sacra di Platone e la cui fonte è il "Sole Intelleggibile".
Nell'ordine microcosmico, per quanto concerne l'organismo sottile individuale, tale apertura corrisponde al centro energetico che si trova sulla sommita del capo, il chakra della corona, il Kether dell'albero sefirotico.
Esso rappresenta il settimo livello del sistema dei chakra e corrisponde a ciò che nella Cristianità viene indicato come il settimo cielo. E' lo stato di consapevolezza della libertà assoluta, la sede del Creatore. Secondo gli indú, al chakra della corona si fondono la Prakriti, la sostanza primordiale, e il Purusha, lo spirito, l'essenza. Nel percorso rettilineo tra la seconda e la terza nascita, all'interno della Caverna Cosmica, tra le due porte solstiziali, l’illuminazione, dunque, penetra in noi dalla sommità del cranio. Secondo i rituali operativi massonici, sulla sommità del cranio di ogni uomo è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, quello che segna la direzione dell'Asse del Mondo. Concludiamo col ricordare che la rigenerazione cosmica, di cui si è scritto, è un fenomeno che non può prescindere dalla discesa e dall'aiuto di un avatara, di cui il Cristo Redentore è l'ultimo e più splendente esempio: «Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà».

Note:
1) René Guénon, Alcuni aspetti del simbolismo del pesce, in Simboli della Scienza Sacra, ed. Adelphi.
2) Franz Altheim, Storia della Religione Romana, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70;
3) Julius Evola, La Tradizione di Roma, Ed. di Ar, collezione "Areté", Manduria, 1977, pag. 138).


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