Gli Attrezzi del Mestiere

 

In qualsiasi Arte ci sono la materia prima, l’artista ed i suoi strumenti e questo campo non è diverso. Il punto è che non è diverso nemmeno nelle leggi che regolano l’uso degli stessi. Però c’è una più vasta gamma di attrezzi del mestiere.
Il primo è proprio chi opera il mago/strega/magista/evocatore/hougan/sciamano/druido/mambo/etc.
Il secondo l’Ambiente, che dividiamo in luogo, tempo e condizioni ambientali.
Terzo le materie prime
Quarto: gli oggetti
Onnipresente: il Rito

Sul primo c’è poco da fare, o lo ha o non lo si ha.
Luogo: prelevare energia d’acqua stando vicino ad una cascata o i riva al mare può esser molto più facile che farlo mentre si sta seduti sul letto in piena città, idem “usare” gli alberi in una foresta o in un grosso parco rispetto alla pianta in un giardino condominiale o peggio, in vaso.
Il fatto è che raramente si possono usare cose semplici e facili, viviamo per lo più in città ed inoltre è importante riconoscere la presenza dei principi vitali, la terra sotto le fondamenta del palazzo, l’aria in ogni respiro, fosse anche in mezzo ad una strada inquinata.
Lo stesso, è più facile visualizzare una cascata stando sotto la doccia che in piedi nei pressi di una finestra.
Il tempo: i giorni della settimana, la posizione del cielo della Luna, le tappe della Ruota dell’Anno, i momenti del giorno. Ognuno ha un valore simbolico, ed anche pratico. Non so se per caratteristica innata sono stati riconosciuti ed adottati, o se l’hanno acquisita per uso più o meno consapevole. E’ così. Le condizioni ambientali aiutano, come avere il vento a favore aiuta se si lancia una palla, ma di certo non si rinuncia a giocare una partita solo perchè c’è il vento contrario no?
Le condizioni ambientali: caldo, freddo, musica, suoni. Possono favorire o impedire la concentrazione, il focalizzarsi su una scia di pensieri, l’estraniarsi o meno dal resto. In molti rituali si usa una musica ripetitiva e ossessiva. Io da sempre utilizzo la musica per “dare un giochino” ad una parte di cervello mentre l’altra resta ben concentrata, anche ora, mentre scrivo. Questa la funzione del tamburo, qualcosa che chiede ben poco ragionamento, che si può escludere, che fa da guida però allo stesso tempo. Qualcuno troverà dissacrante che per parecchio tempo io abbia usato gli Emperor per allenarmi a viaggiare, coi loro ritmi cupi e ripetitivi. Io devo escludere i suoni acuti e da sempre i ritmi simili ad una marcia mi aiutano a dormire. Ma io sono io, ovviamente. La musica può guidare e sorreggere cambiamenti emotivi, utile da un lato, controproducente dall’altro. Sono dell’idea che si possa trovare un optimum solo provando e riprovando. Per quanto riguarda il resto spesso c’è poco da fare. Perfino io preferisco operare con la finestra aperta, ma non sempre è possibile, e ad esempio trovo più controproducente lavorare con zaffate di calore entranti ed il costante desiderio di arrivare in fondo, che non con gli infissi serrati.
Con materie prime intendo cose come il sale grosso, gli incensi, erbe bruciate, sacchetti di protezione, pietre dure. Funzionano in un certo modo molto probabilmente per dote innata, al contrario degli oggetti che hanno una parte di “simbologia”. Predominante. Anche di questi ne si può fare a meno, come si può lavare senza sapone, con il sapone per le mani o con quello di Marsiglia. Solo che i risultati saranno via via migliori ed ottenuti con meno fatica. Avere troppe materie prime può però portare pasticci e intoppi, un po’ come le interazioni fra farmaci. Spesso imprevedibili. Io personalmente preferisco uno o due materie prime per volta. Poi ovviamente, mettere dei granelli di sale agli angoli di una stanza fa bene a prescindere, ma la sua efficacia varia a seconda della consapevolezza, della convinzione e della pratica che ha la persona che li mette. Ma un po’ funzionano da soli. Poi come sempre, funzionano meglio se uno crede che lo facciano.
Gli oggetti sono un caso appena più delicato. Possiamo dire che alcuni, per uso, credenza, forma, richiamano più facilmente in noi e fuori da noi certe energie. Forma innata? Filosofia alla Jung? Memoria collettiva?
Fatto sta è che funzionano, che una coppa funzionerà per  invocare e custodire il fuoco più o meno come una lavastoviglie per lavare il bucato. Un oggetto può aiutare, ma  anche distrarre.
Ho sempre l’impressione che più oggetti, più passaggi ci sono, maggiori siano le “perdite di carico”, esattamente come accade per l’acqua nei tubi, che perde pressione per ogni curva, strettoia o interruzione, molto di più che per un tragitto più lungo (entro certi parametri, ovviamente).
Per mia esperienza personale ridurre all’osso è sempre una gran cosa, un rito per funzionare al meglio deve essere fluido, semplice. A qualcuno aiuterà poi parlare, per altri il suono della voce sarà un disturbo, idem i gestoi e così via. Maggiore semplicità, maggiore linearità, normalmente coincide anche con maggiori possibilità di riuscita e minori possibilità di errore.
Gli oggetti possono inoltre “conservare memoria”. Ogni volta vanno “caricati” e come le materie prime conservano quello specifico tipo di energia, come tante piccole riserve cui si attinge man mano quando poi si lavora. Delle piccole pile se vogliamo. (e no, non sto saltando a caso la spiegazione su come si carichino; una volta che si conosce la visualizzazione ed il fatto che la mano destra è quella attiva, o del potere, e quella sinistra è quella che assorbe, quella sensibile, poi ci si deve arrangiare da soli). Poi s’è la familiarità, l’abitudine all’uso, il farli propri. Molti alle prime esperienze si chiedono se una candela la si possa riutilizzare, e la risposta è si, ma si ricordassero cosa ci hanno messo dentro la prima volta, anche se sarà “svaporato” col tempo.
Gli oggetti e le materie prime hanno anche memoria al contrario, come piccole spugne, potrebbero aver assorbito schifezze e quindi andare puliti o cambiati.
 Io sono sempre della teoria che arrangiarsi è una gran cosa, ho riso come una matta al racconto di quella che aveva cacciato il fidanzato a procurarle della sabbia marina (in un’altra città) per tracciare con quella il cerchio. Ma usare la sabbia di una clessidra? del sale da cucina? Rinunciarci perché al primo filo di vento si sparpagliano e poi se si è in casa pulire è un disastro?
Quando ho usato un altare era il davanzale della mia finestra, spesso ho improvvisato, anche in macchina o in pulmann, a volte non potevo nemmeno tracciare il cerchio con l’indice per non tradire la segretezza, eppure… eppure si può fare. Certo quando mi è capitato d’essere alle pezze, senza uno straccio di energia, anche solo bruciare un po’ di incenso al sandalo mi ha reso meno individuabile, e bruciare pezzetti di legno di sandalo (si prendono in erboristeria) ho notato che rendeva molto più facili le operazioni di pulizia. Poi penso che a qualsiasi magista “serio” prenderebbe un colpo a sapere che li tenevo a bruciare con una pinza sulla candela (si l’immagine del braciere coi carboni ardenti è suggestiva ma poco pratica, specie in una camera da letto).
 

Il rito: è tutto quello che serve, è una bugia verissima, è indispensabile e superfluo.
Tutti abbiamo piccoli rituali quotidiani, delle routine che ci aiutano ad entrare in un certo ordine di idee, canticchiare una canzone in macchina, o lavarsi la faccia prima del caffè.
Preparare le cose per un rituale ci fa tendere ad esso, preparare, segna l’inizio e la fine con reminiscenze della “campanella di Pavlov”. Fosse anche solo il rito di aprire la finestra a inizio lavoro e chiuderla alla fine. Il rito è come un sentiero nel bosco, che scaviamo passando e ripassando, qualcosa che aiuta ad incanalare i passi. Può essere una guida costruita dagli altri o interamente da noi, ma alla fine sarà personale come un paio di scarpe di marca, uguali alla nascita a mille altre e deformate dal nostro piede. Meno belle forse, ma più comode, più adatte ad una lunga camminata. Il rito è preparazione e svolgimento, segnale consapevole e inconscio. Sono le situazioni ambientali che ricreiamo. E’ qualcosa di apparentemente facile da individuare ed in realtà impalpabile. E’ parente dell’abitudine e della routine, ma non fratello gemello. Sono quelle piccole cose che ci fanno sentire pronti alla partenza, a nostro agio, sono gesti antichissimi percorsi da milizia e milizia di persone, una guida sicura, come gli antichi nomi ormai pregni di energia, ed i tre cerchi. Perché tre? Perché così è da sempre, perché fascattare qualcosa dentro e fuori.
Quando tento di afferrarlo mi sfugge, lasciando solo un ricordo irriverente di Fratel Coniglietto direttamente dal film “La capanna dello Zio Tom”, quando promette di portare Compare Orso al suo trastugliolà, un posto dove si muore dalle risate. Quando quello arriva si infuria, perché viene assalito dalle api con il coniglio che ride come un matto e dice “Io ho detto che era il Mio trastugliolà, non il Tuo trastugliolà”
Il rito, come il Cerchio, la Casa, è personale e patrimonio comune assieme. Come il vestirsi. Il rito della vestizione del cavaliere prima della battaglia come della geisha, come dell’avvocato che si prepara all’udienza.

Ho lasciato fin troppi fili, abbastanza da confondere e disorientare quando volevo spiegare. La verità è nel titolo: il rito è onnipresente. Punto.