Delle Basi
e delle
Pene
Basi perché da queste cose deriva tutto il
resto, pene perché nonostante la grande familiarità (o forse proprio per
questo?) con l’argomento non so proprio da dove incominciare.
La cosa in realtà è semplicissima, quando leggevo cose come “preparare l’area” o
“caricare un oggetto” per me risultava istantaneo agire in un certo modo. Mi
viene anche difficile concepire che il sentire mio personale non sia comune. E’
come pensare di spiegare che cos’è un gusto amaro. L’unica via che balza subto
alla mente è di far assaggiare qualcosa di amaro e dire “ù”ecco, questo sapore”.
Qui mi sa che occorre partire dalla definizione stessa di “sapore”.
Perché la base qual è? È sentire l’energia. Prima di poterla muovere,
accumulare, spostare, occorre percepirla. Questo non si può spiegare. Si può
suggerire di individuare l’elemento che ci è più affine e provare ad
“estendersi” fino a sentirlo. Si può fare la prova di “caricare” lo spazio fra
le due mani, come due poli elettrici, e far cacciare la mano dello sperimentando
la manina nel mezzo e vedere cosa sente. (il che, presupponendo un momento
adeguato per tranquillità e carica di chi fa fare l’esperimento, è l’equivalente
di urlare nell’orecchio dello sperimentando. Se non sente nemmeno così siamo
freschi [bugia]).
C’è da dire che quando ci si aspetta di provare qualcosa può facilmente capitare
l’opposto; che anche se una persona per un certo periodo è stata elettrizzata
dai temporali può capitare il momento in cui non li “sente” più. Un po’ tutti
percepiscono la maestà delle montagne, ma questo è qualcosa di più sottile. E’
la differenza che passa fra lo sguazzare in acqua e sfruttare la corrente o la
risacca, è un legame a doppia entrata, sentirsi vicini e anche parte di quella
cosa, ritrovarla dentro di sé.
Man mano si arrivano a percepire le cose più sottili, ma alla partenza si
cercano sempre quelle affini, la “porta privilegiata” per così dire. Il
principio, per intenderci, è lo stesso per il quale si regala un libro per
invogliare il bambino/a a leggere, il corsaro nero se ama i pirati, il barone di
munchausen se ama l’assurdo e ridere, o piccole donne se guarda candy candy.
Formare un futuro amante dei libri facendo leggere a otto anni, chessò, Marcovaldo di Calvino, è possibile, ma inutilmente complicato.
Tornando a noi, una ricerca partendo dalla divisione in base elementale non è
male (acqua per emotivi, aria per razionali, terra per costanti e testardi etc
etc… contando ovviamente tutte le sfaccettature di ogni elemento e della
persona. Io ad esempio son testarda come 4 muli ma con la terra lavoro pochino e
percepisco molto meno), ma conosco ad esempio una persona che sente solo le
pietre, per il resto nada. Conosco anche chi sta benissimo e da sempre si sente
più carico con il vento, chi si inebria come con una buona bottiglia di vino con
una tempesta o con a maestà del mare, chi percepisce il legame di branco con gli
animali. Insomma, in poche parole, è un concetto semplicissimo di per sé e
complicatissimo da spiegare. L’unica è provare, e per provare bisogna un minimo
(ahahahah) conoscere sé stessi, un po’ di fortuna, e ovviamente il senso
preposto alla percezione. Non dico pazienza e costanza, perché per me è stato
istintivo, non ci riuscivo (riesco) sempre ma certo m’è venuto spontaneo al
primo colpo.
Ci sono indizi (sottolineo, indizi) che possono segnalare qualcuno che ha almeno
questo “senso aggiuntivo” che per comodità chiamerò “senso X”. Percepire
particolari sensazioni/stare male in un luogo e sapere che è stato teatro di
tragedie. Avere una affinità innata con un certo elemento arrivando a sentirsi
“a casa” a contatto con esso. Accorgersi se un amico/a che sa operare con
l’Arte sta facendo qualcosa su di noi/vicino a noi a nostra insaputa.
Ora non bisogna scoraggiarsi se non si possiede nessuna delle sopra citate
caratteristiche. Io ad esempio devo mettermi appositamente in ascolto nel 90%
dei casi, e spesso faccio talmente tanto casino da me da percepire difficilmente
l’esterno. Per fortuna siamo tutti diversi, dove diverso non vuol dire
necessariamente migliore e peggiore.
Affinando questa particolare sensibilità mi è capitato di percepire
distintamente, in un laboratorio di fisica, che un campo elettromagnetico
debolissimo era stato lasciato inavvertitamente attivo; per me era un fastidio
fisico intollerabile, per i miei due interlocutori evidentemente no. In ogni
caso se già la visione è soggettiva, questo lo è molto di più.
Ammettendo di riuscire a sentire “qualcosa” il resto viene con la pratica, sia
il distinguere i tipi di energia (pulita, sporca, di quale elemento, etc), sia
il valutarne le quantità e allocazioni per così dire. Come si allena il naso? Si
annusa un profumo e poi si cerca di individuarlo, giusto?
Stessa cosa, dopo l’elemento preferito ci si allena a cercare di sentire tutti
gli altri. Se non ci si riesce, bene, si può analizzare il perché. Blocchi? Non
affinità? Quantità disponibile minima? Cosa?
Fin qui appare tutto facile giusto? Troppo
facile magari no?
Ed infatti c’è sotto una colossale fregatura. L’avete individuata? Semplicemente
se per i profumi potete comprare delle boccette di essenza già classificate con
l’energia occorrerà procurarsela e classificarla da soli per allenarsi, in
breve, un caos.
Qualcuno può pensare che magari se un maestro prepara una cosa con un tipo di
energia allora… No, non funziona così. Sono sfumature troppo soggettive e al
massimo si arriverebbe a sentire le cose come le percepisce lui, trovandosi
conseguentemente nei guai quando si volesse lavorare da soli. E questo ammesso e
non concesso che il “maestro” sia veramente in grado di fare ciò che dice.
Quindi come si fa? Con santa pazienza, santo entusiasmo e la seconda base
fondamentale, ovvero la VISUALIZZAZIONE.
Visualizzare è una cosa semplicissima e complicatissima, è una di
quelle arti che richiede una sana dose di equilibrismo e spesso innumerevoli
cadute. In pratica dopo aver svuotato la mente da altri pensieri (musichette di
sottofondo, figuraccia che ricorre dietro gli occhi, problema insolubile,
idillio romantico e quant’altro) ci si concentra su una immagine, una
sensazione.
Tutto qui? Si e no. Non so se avete mai giocato con quelle sagome di piombo che
andavano riempite con granellini colorati, poi passate in forno i granellini si
scioglievano e l’effetto finale era quello di una piccola vetrata. La
visualizzazione funziona grosso modo come quelle sagome. Ovvero si immagina una
cosa, una cascata ad esempio, fino a sentirne le gocce sulla pelle, il rumore,
la sensazione di trazione, l’energia, la vita… fino a che non si è creato una
autentica cascata immateriale, che svolge il compito “magico” per il quale è
stata evocata.
Facciamo un passo indietro per spiegare il principio sul quale si basa la cosa.
Come ho già detto l’energia ha peculiarità “magnetiche” (come qualsiasi campo
elettromagnetico) ma soprattutto non si crea né si distrugge, si trasforma. Se a
noi serve la foza dell’acqua per un rito di purificazione si “sintonizza
l’antenna”, si crea un piccolo nucleo di energia usandolo per connettersi alla
“vasta famiglia” cui appartiene e chiamarne la forza.
A chi si cimenta con queste cose per le prime volte suggerisco sempre di
imparare, come prima cosa, a tracciare il cerchio. In primis perchè è un
basilare e fondamentale strumento di difesa, utile per lavorare in tutta calma,
in secundis perché è un colossale allenamento. Analizziamo la cosa.
primo passo: pulire l’area.
Che la si spazzi fisicamente o si usi l’incenso o un altro metodo, si incanalano
le energie per pulire l’area da quelle pre-esistenti, si liscia la tavola su cui
si andrà a scrivere. Questo è un procedimento che è consigliabile usare prima di
fare divinazioni, in camera ed in casa propria periodicamente allo stesso modo
in cui si fa cambiare aria spalancando le finestre.
Passo secondo: si traccia il cerchio.
Tracciando tre volte il cerchio si crea una barriera, per crearla occorre
visualizzarla. Protezione principe dalle influenze esterne, la si usa anche
quando ci si deve schermare dalle aspettative di u consultante. Ci sono
innumerevoli modi e litanie per procedere, io ovviamente ho il mio e non l’ho
mai cambiato, per quanto sia semplice ed intuitivo.
Terzo passo: la chiamata degli angoli cardinali. Ovvero si invocano le potenze
del’est (aria) sud (fuoco) ovest (acqua) e nord (terra) a presenziare e vigilare
il cerchio (una delle formule classiche da bignami di magia è “dalle torri
dell’est invoco voi, guardiani de…. Perché, per come, e se sia sensato, alla
vostra riflessione). Il che richiede l’uso (ma va’) della visualizzazione, la
capacità di sintonizzarsi almeno un poco con ciascuno dei 4 elementi, ed è in
assoluto un allenamento eccezionale. Ovviamente questo tutto visto nell’ottica
della visualizzazione; non mi dilungherò sulla necessità di avere uno spazio
sacro, protetto, sulla necessità dell’equilibrio e della completezza del cerchio
anche quando poi “useremo” prevalentemente un elemento e così via. Ci potrebbero
essere infinite cose da considerare e scrivere, ma lascio l’argomento alle
vostre ricerche, e soprattutto alle vostre riflessioni.
Quarto passo: ringraziamento e congedo degli elementi. Segue apertura del
cerchio.
In questi semplici passaggi c’è tutto, tutto ciò che serve a fare qualsiasi
cosa, è come imparare alfabeto e grammatica. Il che non vuol dire che sia
sufficiente, è ovvio. Ma se uno si traccia il suo bel cerchio ogni sera, rende
grazie ai suoi Dei, e poi dorme al centro dello stesso ben protetto, male non
fa. Inoltre un esercizio costante di “percezione” comporta altre cose. Come ho
detto altrove quando qualcosa entra nel Cerchio questo viene modificato. Nella
fattispecie “estendendosi” a percepire i quattro elementi si avvia in parallelo
un lavoro di compenetrazione, per così dire, di fusione con essi, col Tutto.
Questo non è privo di effetti, psicologici e fisici talvolta, porta spunti di
riflessioni, nuove consapevolezze e così via.
Ora io mi aspetto che chiunque stia leggendo si domandi: e se uno si
suggestiona? Come si fa a sapere quando si passa dalla visualizzazione alla
cosa vera e arriva? Non avevo forse detto che si tratta di equilibrismo? E’ un
confine sottile senza dubbio, ma palpabile.
Voi come pieghereste ad uno come si cammina sull’asse di equilibrio? Si può
dire che si deve guardare la punta più lontana e mai i propri piedi ma come si
tiene l’equilibrio voi lo sapete? Io no, so farlo, ed ho imparato provando, e
cadendo.
Lo stesso vale in questo campo, con la differenza che ci vuole un po’ di
sensibilità per capire se si segue l’asse o solo una linea tracciata per terra,
una illusione di asse. Possiamo dire che è come percorrere la nostra trave ad
occhi chiusi, tenere l’equilibrio e capire se si è saliti sull’attrezzo o solo
su uno scalino.
Oppure se vogliamo possiamo paragonare il processo a quando si incolla qualcosa
con l’attak. Si mette della colla e si premono le due parti l’una contro
l’altra. Poi delicatamente si molla e si vede se si regger da solo…o se cede
dopo poco. Bene è quasi lo stesso, solo che si immette energia e che è appena
meno diretto controllare se l’oggetto finito tiene. O meglio forse è l’immagine
dell’aquilone. Si deve correre per farlo sollevare, se ci si ferma troppo presto
cade, ma c’è un momento in cui prende il vento e giostrando solo con un filo
quello vola, si libra nell’aria, è un miracolo di equilibrio e delicatezza, che
può cadere da un momento all’altro. E non esiste alcuna scuola che possa dire
quanto correre o come e quando tirare o dare spago. Si corre, si prova, si rompe
l’aquilone, lo si aggiusta, ci si sbuccia un ginocchio, ma vola.
Un paio di consigli generici nel nostro caso possono essere i seguenti:
1) Quando la cosa funziona l’ “immagine” finale si evolve e funziona in modo
diverso da come avevamo pensato all’inizio.
2) Quando non ci si sta auto-ingannando è facile che appena “mollata” l’immagine
vacilli. Nel senso, se stiamo immaginando di passare un fiume d’acqua a pulire
una cosa, che non riesca subito, appena “immaginiamo” di passarla per lavare
tutto vedere che lo sporco è rimasto
3) Se due persone lavorano alla stessa cosa (uno crea e uno guarda) non vedono la
stessa immagine (solitamente) ma immagini analoghe.
Parentesi aggiunta.
Ci sono dei simboli che hanno una valenza "universale" (innata o attribuita, è
un problema da filosofi, basta sapere che c'è no?) ma le immagini, anche le più
semplici, non corrisponderanno mai da persona a persona.
Platone aveva la sua bella idea sul mondo delle idee dove c'era il
principio primo di ogni cosa. La rosa di tutte le rose, la materializzazione del
principio dal quale derivano tutte le altre.
Dal mio punto di vista esiste una essenza della rosa, ma poi ognuno ha il suo
personalissimo principio primo.
Se a me dicono: pensa a una rosa
Nella mia mente, su sfondo nero, ne appare una disegnata, i petali dischiusi,
sul fuxia.
Ma andando avanti, se penso a "rosa più bella" ecco che appare una rosa molto
grossa, completamente dischiusa, gialla e rosa, varietà rampicante. E so
perfettamente da dove viene quell'immagine.
Rosa rossa: appare un bocciolo strettissimo rosso cupo, il gambo corto immerso
in una fiala d'acqua, ne regalavano una ad ogni donna ad un veglione di
capodanno; avevo 8 anni.
Rosa gialla: gialla con i petali screziati di rosso, un intero mazzo di boccioli
stretti e chiusi. Le vendeva un ambulante ad un certo incrocio, a volte ne
prendevo un mazzo per mia madre, 5.000£.
Rosa blu: appare con il ritaglio del banchetto dove le vidi la prima volta, con
tanto di barattolone bianco che le conteneva. So che ero in macchina.
Rosa bianca: nonostante ne abbia una bella pianta a casa la prima che mi viene
in mente è quella a cartone animato di alice nel paese delle meraviglie.
Spero di aver reso l'idea e ci tengo a sottolineare che qui parlo di
visualizzazioni o immagini elementari. Ci sono concetti molto più complessi e
intraducibili per estranei.